
La pandemia ha colpito anche l’editoria, a quanto pare. O almeno il premio più conteso e agognato, lo Strega (un tempo moltiplicava le vendite in libreria, seguito a ruota dal Campiello). Probabilmente c’è qualcosa che non funziona più nella scrematura dei 12 titoli tra cui una giuria più allargata di oltre 600 lettori sceglie poi i cinque finalisti. O forse le pressioni degli editori sono particolarmente pesanti sulla commissione selezionatrice.
Può darsi che questo passi oggi il convento letterario. Ma stupiscono certe esclusioni (o distrazioni), come a esempio quella di Paolo Di Stefano, “uno dei pochi che davvero scrive e cioè cerca elabora racconta trovando una lingua e, insieme, una morale.” (Goffredo Fofi). Il suo Noi, un romanzo ampio e complesso che da vicenda famigliare si allarga alla storia d’Italia del dopoguerra, dalla Sicilia alla Milano degli anni Sessanta all’emigrazione in Svizzera, giocando abilmente su livelli stilistici differenti e intrecciando con sapienza materiali diversi, è senz’altro uno dei libri italiani più interessanti usciti negli ultimi anni, come testimoniano anche le recensioni di Maraini, Martignoni, Ferracuti, Ferrero ecc. E stupisce, e un po’ scandalizza, che non sia entrato nella rosa dei prescelti: sarebbe potuto essere un buon competitor de Il libro delle case di Andrea Bajani, a mio parere il migliore dei 12 finalisti, e il premio avrebbe tratto giovamento dalla gara tra chi trasforma in epos storico-sociale una trama molto italiana e chi, senza far pesare la struttura sulla narrazione, geometrizza una vita inseguendone le tracce nei luoghi di volta in volta abitati: un Perec all’inverso (La vita, istruzioni per l’uso: tanti personaggi in una sola casa; qui tante case per pochi personaggi senza nome, e due tragedie: Moro e Pasolini).
Forse sarebbe auspicabile per lo Strega tornare al precedente sistema degli Amici della domenica, senza commissioni intermedie. Si eviterebbero così anche delle scelte che a volte sembrano dettate più da rapporti editoriali o di amicizia personale che da convincimenti o gusti letterari.

Certo qualche buona lettura è comunque possibile: la prima parte de Il pane perduto di Edith Bruck, a esempio, o L’anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini: vicenda di picari sgangherati, in bianco e nero, grottesca e surreale. Mi ha commosso il dittico di Emanuele Trevi, Due vite, dove si ricordano due persone care all’autore e prematuramente scomparse: Pia Pera e Rocco Carbone. Ma anche se Trevi ci ha abituato a narrazioni che come una radiografia scoprono i destini delle sue amicizie, quest’ultima, come sempre di grande intensità stilistica, mi sembra più un necrologio privato che una narrativa da Strega. Semmai da Premio Viareggio, da quest’anno rinnovato e presieduto da Paolo Mieli.
Sarebbe noioso passare in rassegna tutti i dodici titoli: i pochi citati sono quelli che a me sembrano i più interessanti. Prevale in genere un appiattimento su storie famigliari, su piccole tragedie “da tinello” avrebbe detto Arbasino, mamme zie fidanzati fratelli e sorelle, babbi cattivi, la solita immarcescibile provincia italiana. Cambiano i costumi, si dà spazio al sesso e anche alle depravazioni, ma le storie non sono molto diverse da quelle, più pudibonde, dei rotocalchi femminili del secolo scorso.
Più opportune forse alcune considerazioni generali, tenendo presente che lo Strega non è più da tempo uno specchio della narrativa italiana, e forse nemmeno può esserlo. La confusione dei generi e dei livelli formali, per cui un buon poliziesco si valuta come I promessi sposi e il falsetto di Camilleri viene equiparato al plurilinguismo di Gadda; i disastri prodotti dalle innumerevoli scuole di scrittura (ormai diventate anche rubriche fisse di alcuni quotidiani) che danno a chiunque l’illusione che basti seguire alcune regole per diventare validi scrittori; le pressioni delle case editrici che spremono gli autori di successo come limoni anziché proteggerli, a volte anche da sé stessi, hanno appiattito la qualità della produzione letteraria.
Si aggiunga poi la mancanza di una critica che non sia di scuola o accademica. Quando va bene grandi dibattiti formali, tipo quelli sull’autofiction, che hanno imperversato fino a poco tempo fa. Dibattiti e polemiche tra letterati e critici ci son sempre stati, coinvolgendo anche le rispettive ideologie politiche. Ora la politica non c’è più e l’informazione culturale ormai rischia di appiattirsi sul mercato o sulle consorterie accademiche. Sembra un’altra era quella di Giacomo Debenedetti, Luigi Baldacci, Paolo Milano, Geno Pampaloni, Cesare Garboli, Alberto Arbasino , Giovanni Raboni (vergognosamente dimenticato nella sua città)… e cito alla rinfusa solo i primi nomi che mi vengono alla memoria.
Forse bisognerebbe tornare ai fondamentali e ricordare che è il modo di narrare che fa diventare più vera del vero la realtà inventata del romanzo o del racconto. Che la materia nasca dalla fantasia o dalla cronaca, rispecchi fatti vissuti personalmente o si rifaccia a una storia più vasta e collettiva, è solo nell’elaborazione formale da parte del narratore, nella lingua che lui sceglie per farle vivere che le vicende possono parlarci e catturarci.


Finalmente! Abbraccio queste riflessioni, ripeterei l’abbraccio anche se toccasse alle mie pagine ricevere la stessa lucida analisi. Benvenuta intelligenza critica!
Grazie Gianandrea!
Parole sante, di cui ringrazio e che condivido in toto per l’onestà e l’intelligenza critica che le anima. Una boccata d’ossigeno in tanta inerzia di pensiero, rassegnazione o, peggio, conformismo interessato.