Gianluigi Trianni è medico di Sanità Pubblica in pensione. E' stato Direttore Sanitario (Careggi Firenze) e Generale (ASL 1 Lecce). E' attivo nei "Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, per l’unità della Repubblica e l’eguaglianza dei diritti" e in "Medicina Democratica".
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Il disegno di legge delega per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera approvato dal Governo è, a dir poco, deludente. Per la sua genericità, che demanda all’esecutivo scelte fondamentali. Ma anche per la mancata previsione di risorse aggiuntive, per il ricorso a modelli organizzativi obsoleti e per la totale assenza del settore della prevenzione. Solo un’ampia mobilitazione può modificare il progetto.
Lo scorso 8 luglio Mediobanca ha presentato l’aggiornamento del suo Report 2024 sui maggiori operatori sanitari privati in Italia. I dati raccolti confermano l’incremento del giro d’affari del privato e il fallimento dell’accessibilità al SSN provocato dalle politiche neoliberali. Senza lotte sociali e senza un “autunno caldo” non se ne esce.
Il nostro sistema sanitario è in crisi gravissima, ma le denunce restano per lo più in superficie e il modello Usa, pur deprecato a parole, si sta sempre più affermando. A ciò conduce l’ulteriore finanziarizzazione e privatizzazione in atto, in un contesto di economia di guerra guidata da scelte e principi che sono agli antipodi di quelli della medicina. A quando una mobilitazione forte dei sindacati di settore?
L’articolo 3 del codice deontologico dei medici italiani prevede che «dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, in tempo di pace come in tempo di guerra». Non sarebbe conseguente promuovere una campagna per l’immediato cessate il fuoco in Palestina e in Ucraina e contro la guerra in generale?
La balcanizzazione della Repubblica (realizzata con la legge di bilancio, il decreto Milleproroghe e il disegno di legge Calderoli) non dà solo il colpo di grazia al Servizio Sanitario Nazionale, già in sofferenza e differenziato per regioni, ma attenta direttamente alla salute dei cittadini, che si tutela con la prevenzione primaria, assicurata dall’esercizio di una pluralità di competenze oggi sottratte alle Regioni.
Il Governo ha deciso un ulteriore taglio al bilancio della sanità già insufficiente per garantire la funzionalità del SSN. E la presidente del Consiglio afferma che il problema non sono i soldi, ma il modo in cui vengono spesi. Intanto i cittadini si pagano le cure o rinunciano a curarsi. Se tutto questo non basta, a quando uno sciopero generale?
Dopo la privatizzazione si assiste, per la Sanità, alla concentrazione di capitali e alla finanziarizzazione, che affidano le politiche del settore al “mercato” e ai “mercanti”. In Italia ciò accade soprattutto nel settore farmaceutico e nella Regione Lombardia ma il fenomeno è in espansione. Per arginarlo non c’è che il protagonismo del pubblico, cioè l’opposto della politica di questo Governo (e di quelli che lo hanno preceduto).
Per la sanità il fallimento della regionalizzazione è già oggi macroscopico e inconfutabile. L’avvento dell’autonomia regionale differenziata produrrebbe una ulteriore balcanizzazione della sanità pubblica con crescita a dismisura di disuguaglianze e disfunzioni. Per questo non bastano le correzioni: l’operazione deve essere contrastata nella sua interezza, senza se e senza ma.
La Nadef approvata dal Governo dimissionario delinea, per i prossimi anni, un decremento della spesa sanitaria. Intanto incombe l’autonomia differenziata, veicolo di ulteriori regali al privato e agli imprenditori della salute. È una dichiarazione di guerra alla sanità pubblica, in spregio all’epica gestione del Covid-19 da parte del SSN e dei suoi professionisti, e un insulto ai più deboli e ai ceti popolari.
L’autonomia regionale differenziata è al centro sia del programma elettorale della destra che di quello del centro sinistra. È un dramma preannunciato per la salute, sempre più appannaggio delle regioni ricche. Poche e deboli le opposizioni Eppure occorre mobilitarsi e far sentire voci critiche: prima che sia troppo tardi!