"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].
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Lodi, Cagliari, si moltiplicano gli episodi di ordinaria disumanità. Il rancore non sembra più trovare limiti alle proprie espressioni. Di nuovo: homo homini lupus , senza che si riesca a creare anticorpi. E intanto nel mondo le morti per suicidio superano quelle per guerra e crimine.
Nel libro “Il pastore di stambecchi” le parole di Louis Oreiller raccolte da Irene Borgna offrono un esemplare repertorio di saggezza e sapienza montanara: una traccia “per chi cerca una via d’uscita dalla trappola in cui ci siamo cacciati”.
“Quando uno non fa tutto il possibile per impedirli, diventa anche lui colpevole”, diceva Jaspers a proposito dei crimini che avvengono in nostra presenza. E noi, che “abbiamo voluto cacare più in alto del nostro culo”, possiamo oggi chiamarcene fuori?
Occorre dire che, siccis oculis, stiamo assistendo al naufragio di una nazione. La maggioranza di quelli che si oppongono al governo faticosamente nato dopo le elezioni di marzo non hanno né crediti né titolo per parlare, e infatti balbettano sciocchezze.
Negli ultimi decenni non si è soltanto chiuso un ciclo, ma una vera e propria era, quella degli ultimi tre secoli, grosso modo, e noi viviamo ancora inconsapevoli di tutto ciò che questo passaggio comporta. Ci mancano parole, categorie, visione. Nell’incendio che dilaga, dovremmo imparare a “fare la parte del colibrì”.
Il passaggio dalla seconda alla terza repubblica è avvenuto tra grandi polemiche ma senza particolari approfondimenti mediatici che ci aiutassero a capire che cosa stava succedendo: ancora una volta scoppi emotivi con rimpallo di responsabilità o profili più caricaturali che satirici dei vari protagonisti.