"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].
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“Si è perduta la capacità di scambiare esperienze”, scriveva Benjamin, e quindi abbiamo perduto anche le persone “che sappiano raccontare qualcosa come si deve.” Nell’epoca del narcisismo dilagante forse l’informazione (vera o truffaldina) ha sostituito la narrazione. O forse no, alla fine qualcosa resiste.
Considerando i dodici libri candidati al premio Strega come un campione anche sociologicamente significativo, forse molti di essi si possono leggere soprattutto come un ulteriore sintomo della malattia contemporanea: il narcisismo o, se si preferisce, l’autoriferimento o il solipsismo.
A commento della Via Crucis con Papa Francesco Magdi Allam ha scritto un commento su Facebook che costituisce una sintesi dell’odio e dell’intolleranza contemporanea, resa più terribile dai post dei suoi lettori. Ritornano in mente le ultime parole di Kurtz, il misterioso demone di Cuore di tenebra, che muore dicendo: “L’orrore, l’orrore…”
Il libro di Benedetto Saraceno, “Psicopolitica”, è un vademecum per chi cerca conforto nella solitudine e nello smarrimento in cui viviamo oggi, o in cui almeno vivono coloro che credono ancora nell’utopia come possibilità di liberazione (Volere la luna, appunto).
Diceva Dario Fo: “La merda ci arriva fin qui” e con la mano destra indicava il mento, per poi proseguire, dopo una pausa: “Per questo camminiamo a testa alta”. Ormai non possiamo nemmeno più camminare a testa alta, ridotti all’impotenza della ripetizione. Possiamo però non stancarci di ripetere che non è così che si vive. Che l’umanità è fatta per un mondo diverso
Due recenti articoli, di Melania Mazzucco e di Gustavo Zagrebelsky invitano alla resistenza. Ma come? E con chi? Ora che la sinistra si è suicidata e gli operai sono stati messi a tacere. Ma su almeno un tema, quello dei migranti e dei loro diritti un modo ancora c’è: rispondere alla loro domanda “Eccomi”.
La lettura tradizionale favorisce produzione di immagini mentali e dialogo con l’autore. La lettura digitale, invece, porta alla dispersione, a un’attenzione sempre parziale, a una lettura di sorvolo, alla decontestualizzazione dei dati e dell’informazione
Recensione dell’ultimo libro di Yuval Noah Harari, storico e sociologo israeliano (antisionista): “21 lezioni per il XXI secolo”. Le tre questioni cruciali trattate sono il collasso ecologico ormai in atto; i rischi di una guerra nucleare tecnologica con cyborg e droni; il momento in cui l’Intelligenza Artificiale si salderà definitivamente con le biotecnologie. Ma soprattutto: come salvarci da un’inedita schiavitù?
Riace “deve essere abbattuta: troppo pericolosa per chi aspira a disumanizzare la terra”. L’Inquisizione scatenata contro Mimmo Lucano e il suo “modello di accoglienza” testimonia della mutazione antropologica avvenuta sotto i nostri occhi: la colpa che gli attribuisce il potere è di “essersi preso cura” degli altri, grave eresia in tempi di egoismo forzato.
Ne “La grande Russia portatile” (Salani) Paolo Nori racconta, col solito procedimento divagante, le sue esperienze trentennali in Unione Sovietica: un libro in cui tragedia e umorismo si alternano e da cui viene un monito sul rischio che, “tra le braccia della Storia”, finiamo per fare il nostro lavoro al servizio del male “utili e docili come delle vanghe”.