Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, è stato per molti anni coordinatore del settore Accoglienza del Gruppo Abele e fondatore dell’Università della strada. Tra i suoi libri più recenti: “La comunità terapeutica per persone tossicodipendenti” (con Maurizio Coletti, 2011), “Atlante delle dipendenze” (con Francesca Rascazzo, 2014), “Questione cannabis. Le ragioni della legalizzazione” (2018), tutti per le Edizioni Gruppo Abele.
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La cannabis light, in vendita dal 2016, con il suo 0,2% di principio attivo di THC, è priva di qualsivoglia nocività ed ha, come effetto, non l’alterazione e lo sballo, ma il rilassamento e la tranquillità. Ciononostante un emendamento governativo al decreto sicurezza ne prevede il ritorno nell’area dell’illecito. È l’ennesima manifestazione di una opzione repressiva tutta ideologica.
Dal 1 aprile 2024 in Germania l’uso personale della cannabis a scopo ricreativo è legale. Un paese di 80 milioni di abitanti, nel cuore dell’Europa, avvia un’ampia sperimentazione di legalizzazione di hashish e marijuana sostituendo la repressione del consumo e dei consumatori con la regolamentazione dell’uso e la responsabilizzazione degli utilizzatori. I problemi non mancano ma è un primo passo importante.
Fin dal suo insediamento il Governo Meloni ha impresso alla politica in tema di droghe una svolta all’insegna dell’inasprimento repressivo e della criminalizzazione di ogni approccio alle sostanze, accompagnati da campagne “disincentivanti” vecchie e inadeguate. Intanto Governo e maggioranza hanno aperto al gioco d’azzardo.
Una buona notizia di ferragosto. Il più grosso Paese dell’Unione europea, la Germania, legalizza il consumo ricreativo della cannabis. Dopo le “pulci”, Malta (2021) e Lussemburgo (2023), ora è il Governo tedesco che, con l’approvazione del progetto di legge sull’“uso controllato della cannabis”, si pone come punto di riferimento per una decisa svolta politica al proibizionismo del continente per marijuana e hashish.
Una scuola superiore, un allarme antincendio, controlli antidroga nelle aule, un professore censurato per aver denunciato l’accaduto su Facebook. È solo uno dei blitz delle forze dell’ordine in aule scolastiche alla ricerca di droga. Contro ogni evidenza educativa. Perché, come dice un preside: «Non sopporto l’idea che un cane punti un ragazzo, mi ricorda brutte cose del passato… Preferisco puntare su psicologi, educatori, tutor».
Dopo 12 anni di inadempienze si arriva finalmente alla Conferenza nazionale sulle droghe che, secondo la legge 309/1990, dovrebbe avere scadenza triennale. È un fatto positivo. Ma c’è uno scarso coinvolgimento degli operatori e mancano dal programma questioni fondamentali come la legalizzazione della cannabis. Di qui l’organizzazione parallela di un “Fuori Conferenza”.
In pochi giorni la proposta di referendum per la legalizzazione della cannabis ha superato le 500.000 firme, metà delle quali di giovani sotto i 25 anni. È un segnale importante. Legalizzare non significa cedere a un permissivismo senza freni ma introdurre delle regole razionali utili per i singoli e per la società nel suo complesso.
La serie televisiva Netflix su San Patrignano ha riaperto il dibattito su droghe e comunità terapeutiche. Ma da allora il mondo è cambiato. Il sistema delle comunità si è integrato con altri interventi. Faticosamente ma con buoni risultati. Solo il sistema legislativo continua a far riferimento ai «ragazzi dello zoo di Berlino».
Il principio attivo contenuto nella canapa in libera vendita è minimo e non procura alcuna dipendenza. I cannabis shop non incentivano l’uso di droga e non facilitano il passaggio a un comportamento illecito ma contribuiscono a limitare il richiamo del mercato illegale. Chiuderli è solo un favore agli spacciatori.
A differenza di quanto accade nel resto del mondo le ragioni a sostegno della legalizzazione della cannabis faticano a trovare spazio nel nostro Paese. Eppure le esperienze realizzate ne dimostrano la bontà per la tutela della salute dei consumatori e per il contrasto della criminalità.