Alfiero Grandi, politico e sindacalista, è vicepresidente del “Comitato per il NO” (nato per contrastare la riforma costituzionale promossa dal Governo Renzi)
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L’intero establishment insorge scandalizzato per i cori di alcuni giovani contro una ministra a cui – si dice – è stato impedito di parlare con una sorta di inaccettabile “censura”. Curiosa denuncia in un paese in cui quotidianamente le richieste di contraddittorio sui temi della riforma costituzionale sono disattese dalla TV pubblica e dai grandi giornali “indipendenti”: da ultimo “La Stampa”.
La modifica della Costituzione proposta da Giorgia Meloni stravolge il sistema dando un ruolo preminente al Governo e marginalizzando ulteriormente presidente della Repubblica e Parlamento. Inutile farsi illusioni: non c’è spazio per emendarla. Se, per la forza dei numeri, il Parlamento non riuscirà a fermarla si dovrà puntare sul referendum.
Perché ridurre il numero dei parlamentari? Non per risparmiare, ché il corrispettivo è pari, per ciascuno di noi, a un cappuccino all’anno. E neppure per ridare centralità al Parlamento, la cui crisi di credibilità si può risolvere solo con il potenziamento e non con la riduzione della rappresentanza. E allora?
Il Fondo Salvastati (Mes) è la tessera di un mosaico di cui fanno parte il Fiscal Compact e il sistema della Unione bancaria europea. È dunque necessaria, per l’Italia, una valutazione complessiva all’esito della quale negoziare modifiche sostanziali. In mancanza, meglio una pausa di riflessione prima di ogni approvazione. solo guai.
Il movimento delle sardine nato a Bologna per contrastare la crescita della Lega è il fatto nuovo della politica. L’augurio è che esso, oltre a realizzare l’obiettivo immediato, avvii la ricostruzione politica e sociale di un’alternativa credibile alla destra perché limitarsi a ritardarne la vittoria non basta.
Il taglio dei parlamentari è stato approvato anche con il voto di Pd e Leu. Gli interventi per “compensarlo”, a cominciare dalla legge elettorale, sono incerti e insufficienti. Non resta che il referendum, possibile per l’approvazione da parte del Senato con una maggioranza inferiore ai due terzi. Sempre se si raccoglieranno le firme necessarie…
Per l’autonomia differenziata c’è stata, in Consiglio dei ministri, una fumata nera. Ma le pressioni di Salvini e della Lega continuano. Siamo di fronte a una vera e propria secessione delle regioni ricche: è necessario che cresca l’opposizione nel Paese e che il progetto sia sottoposto al Parlamento.
L’espressione “attuazione del regionalismo differenziato” nasconde lo stravolgimento della Costituzione. Se non è ancora una secessione a tutto tondo è certamente una frattura profonda tra le diverse regioni, con l’ambizione di ottenere più risorse e poteri per Lombardia e Veneto, abbandonando a sé stesso il Sud.
L’attuale maggioranza segue l’esempio del Governo Renzi: approva una legge elettorale per accompagnare una modifica costituzionale ancora in corso. Questa volta l’obiettivo è ridurre il numero dei parlamentari e marginalizzare il Parlamento. Di nuovo ci vorrà un referendum per respingere l’operazione al mittente.
Il 1° maggio è diventato per troppi un giorno di festa tra gli altri e si è dimenticato il suo significato di riscatto e di ricordo delle lotte per e nel lavoro. Oggi la sinistra, se non vuole definitivamente sparire, deve cogliere l’occasione per invertire una troppo lunga fase di regressione e per ridare centralità al lavoro.