Marco Bersani, laureato in filosofia, è dirigente comunale dei servizi sociali e consulente psicopedagogico per cooperative sociali. Socio fondatore e coordinatore nazionale di Attac Italia, è stato fra i promotori del Forum italiano dei movimenti per l'acqua e della campagna “Stop Ttip Italia”.
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In Italia sta accadendo qualcosa di rilevante: prima l’incredibile mobilitazione dell’autunno, poi lo straordinario successo del referendum, in ultimo la grande manifestazione No Kings a Roma. È un risveglio di dimensioni insperate. Il Governo ha accusato il colpo. Ma, per cambiare davvero gli equilibri esistenti, il movimento ha bisogno di darsi una strategia articolata e non settaria e di guardarsi da molte trappole.
L’economia capitalistica domina il pianeta, produce una massa imponente di beni effimeri e una enorme ricchezza finanziaria per élites e, contemporaneamente, consuma il futuro di tutte e tutti. Occorre cambiare nel profondo. Ed è il paradigma della cura – di sé, dell’altra, dell’altro, del vivente, del pianeta – quello su cui può essere riorganizzata una società capace di futuro e radicalmente alternativa a quella attuale.
Nei prossimi anni potrebbe accadere che un Comune, per gestire in proprio un servizio pubblico, debba motivare le ragioni del mancato ricorso al mercato. È quanto prevede l’articolo 6 del disegno di legge concorrenza, ribaltando l’esito del referendum del giugno 2011. La mobilitazione sociale sembra avere momentaneamente bloccato la norma ma la partita è tuttora aperta.
Sono appena stati inaugurati in 28 scuole i licei sperimentali Ted (Transizione Ecologica e Digitale). La novità? Un consorzio di 100 grandi imprese, «che collaboreranno attivamente nell’ideazione e realizzazione dei programmi». L’azienda non si limita più a entrare nella scuola, ma la progetta e la realizza.
Il disegno di legge sulla concorrenza: un nuovo bastimento carico di privatizzazioni. Mentre i media mainstream dirottano l’attenzione (tassisti, stabilimenti balneari etc.) nessuno mette l’accento sulla sostanza del provvedimento: la privatizzazione dei servizi pubblici locali e la definitiva mutazione del ruolo dei Comuni.
Come costruire un’alternativa all’esistente? Uscendo dalla logica della riduzione del danno, costruendo e mettendo in comune esperienze e pratiche che sedimentino dentro ogni territorio suggestioni di una società diversa, il cui nucleo forte sia il prendersi cura. È un percorso inedito e non scontato ma possibile come si è dimostrato anche durante la pandemia.
«Voi G8, noi 6 miliardi»: lo slogan delle manifestazioni di Genova del luglio 2001 era intenso, realistico e, insieme, profetico. Quelle manifestazioni furono represse con una violenza inaudita e iniziò il declino del movimento. Ma quella stagione ribelle ha lasciato esperienza e indicazioni che consentono oggi di rimettersi in cammino.
C’era una volta la leggenda delle simpatie keynesiane del presidente Draghi. A disilludere chi ancora ci credeva è intervenuta da ultimo la nomina dei componenti del Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica: tutti di sicura fede liberista e convinti che lo Stato non debba esercitare alcun ruolo nell’economia.
In un anno di pandemia gli anziani sono stati falcidiati, i bambini e i ragazzi sono stati consegnati all’isolamento e al disagio, il numero dei poveri è cresciuto a dismisura. Il tutto colpevolizzando la scuola e i comportamenti individuali. Per non toccare i profitti delle imprese. Non è tempo di cambiare registro?
Il Recovery Plan approvato dal Governo è costruito sull’idea che la pandemia sia un incidente di percorso superato il quale il sistema riprenderà il proprio ordinario cammino. Non è così e, per questo, occorre mettere in campo una capacità critica e propositiva e una mobilitazione sociale capaci di costruire un’alternativa.