“La grazia”, ovvero tutti i dubbi del Presidente

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Dopo la serie Sky sul papa The young pope, con La grazia Sorrentino si dedica al ritratto di un’altra figura circondata per noi italiani da un’aura sacrale, quella del Presidente della Repubblica.

Gli Americani, che non hanno il reato di vilipendio del Capo dello Stato e vivono tutt’altro rapporto con questa figura, hanno dedicato moltissimi film a presidenti reali o immaginari, esplorando la cronaca e la storia e utilizzando la più ampia gamma di generi, dal romantico Il Presidente – Una storia d’amore (Bob Reiner, 1995) al celeberrimo Tutti gli uomini del Presidente (Alan Pakula, 1976) sullo scandalo Watergate. Da noi, invece, bastò una gag piuttosto innocente sulla caduta dalla sedia di Gronchi a una serata di gala alla Scala per portare alla cacciata di Vianello e Tognazzi dalla Rai nel 1959. Non stupisce quindi che il nostro cinema si sia tenuto alla larga da questa figura, fino a tempi recenti.

Il primo a cimentarsi è stato nel 2013 Riccardo Milani con la commedia Benvenuto Presidente! Erano gli anni dell’ascesa del Movimento 5 stelle e la storiella dell’uomo qualunque (Claudio Bisio) catapultato per caso al ruolo di Presidente della Repubblica rispecchiava in pieno il cliché dell’antipolitica e al tempo stesso il suo fallimento. Non è un caso che, dopo il ritorno dell’uomo alla sua vita normale, il film finisca con una chiamata dal Vaticano che gli comunica che è stato eletto Papa, a conferma di come nel nostro immaginario queste due figure istituzionali siano strettamente collegate.

Ma un Presidente cinematografico da ricordare, ugualmente molto sintomatico dei tempi, è quello dell’irresistibile Vogliamo i colonnelli (Mario Monicelli, 1973), storia di uno scalcinato colpo di stato dell’estrema destra capitanato dall’onorevole Tritoni (Ugo Tognazzi); il golpe andrà incontro a un fallimento solo apparente, perché darà adito, nelle parole dello stesso regista, «al controgolpe della Democrazia Cristiana che applica una serie di leggi contro la libertà e trasforma Tognazzi in un venditore di piani di golpe infallibili» ad aspiranti eversori esteri. Nella resa dei conti finale il Presidente della Repubblica cerca giustamente di ridimensionare il tentativo di colpo di Stato («una pagliacciata») e tenta di difendere la prassi costituzionale, per poi accasciarsi e morire durante la discussione, sgombrando così involontariamente il campo. Era l’epoca della strategia della tensione e una figura di garante come quella del Presidente della Repubblica non poteva che essere vista come soccombente rispetto alle trame politiche.

Per venire all’oggi, com’è De Santis (Toni Servillo), il Presidente di Sorrentino? È stato detto che è ispirato a più di un presidente o esponente democristiano: si chiama Mariano come Rumor o forse alludendo alla devozione alla Madonna di Scalfaro, al quale sembra legato anche il personaggio della figlia nubile Dorotea (Anna Ferzetti), che ha dedicato al padre la sua esistenza; ha un difficile rapporto col ricordo della moglie, tormentato dalla gelosia (un accenno a Cossiga? Lo ricorda anche in quanto giurista). Ma il gioco dei rimandi all’area democristiana è un po’ sterile, perché in realtà De Santis, amato e ammirato da tutti, risolutore di sei crisi di governo e visto come salvatore della patria, ricorda soprattutto la percezione popolare delle figure di Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. Sono gli ultimi due Presidenti e anche i primi che hanno dovuto affrontare un secondo mandato per la crisi della politica, grandi dinosauri della prima repubblica sopravvissuti e per questo visti come portatori di una credibilità oggi perduta, e sotto questo aspetto DC e PCI pari sono. Ma se da una parte vogliamo essere confortati, ancorandoci al passato, dall’altra chiediamo a queste figure di essere anche il contrario, protagonisti di gesti coraggiosi che vadano contro la tradizione che essi incarnano. Così la figlia Dorotea, giurista anch’essa, preme sul padre perché firmi finalmente la legge sull’eutanasia, mentre c’è anche da decidere su due richieste di grazia legate proprio a delitti che vengono ricondotti a questo tema.

De Santis è profondamente turbato e agitato da dubbi per una buona parte del film, che è anche la più riuscita. Sorrentino è bravissimo a mettere in scena la senescenza del potere (non solo De Santis è un vecchio, ma è anche nel semestre bianco, verso la fine del mandato) in grandi saloni privi di vita, tra tavolate di vecchi alpini che cantano, come in una rievocazione da museo delle cere, e lo sfortunato caso del decrepito presidente del Portogallo, in visita diplomatica, che crolla al rallentatore sul tappeto rosso, sotto una pioggia e un vento impetuoso.

Lascia invece perplessi la risoluzione finale nella quale sembrano sciogliersi tutti i dubbi del protagonista, in modo improvviso e immotivato, delineando anche un passaggio di testimone quando afferma che «c’è un tempo nel quale i genitori devono guidare i figli e uno nel quale devono farsi accompagnare da loro», con tanto di inquadratura con frugoletti sulla scalinata di Piazza di Spagna. Sembra una risoluzione un po’ troppo facile della contraddizione, viva e vera, delineata nella prima parte del film, così come leggermente agiografico risulta comunque il ritratto di questo Presidente, a conferma di quel timore reverenziale che sembra difficile per un regista italiano scrollarsi di dosso. Una sacralità quasi intangibile confermata anche dal fatto che neppure La grazia è stato girato al Quirinale, bensì in varie residenze dei Savoia in Piemonte, esattamente come Benvenuto Presidente! Anche la location della scena finale di Vogliamo i colonnelli era il castello Chigi a Castel Fusano, anziché la tenuta presidenziale di Castelporziano.

Certamente il cinema non ha lasciato un buon ricordo di sé con l’unico set ospitato al Quirinale, la coproduzione italo-americana del Cagliostro di Gregory Ratoff, tra il 1947 e il 1948, poco prima che vi si insediasse il primo presidente della Repubblica Enrico De Nicola. Un testimone dell’epoca raccontava l’estrema disinvoltura della troupe e il punto di rottura definitivo per una battuta di Orson Welles, protagonista del film: «l’interminabile galleria vetrata venne subito trasformata in magazzino per il materiale stravagante e pittoresco e sorsero subito due bar con innumerevoli bottiglie. Alcuni curiosi autorizzati visitavano la galleria, guardando, con sorriso beato, le cortigiane di Luigi XV addentare i tramezzini al prosciutto e fumare le Lucky Strike sotto la sfilata delle incisioni originali del Piranesi. Con un amichevole colpetto sulla spalla Orson Welles disse sorridente a un visitatore: “Adesso è ancora nulla, tornate tra mezz’ora, ci saranno delle ragazze!”. Scandalizzato il visitatore scomparve. Ma una decina di minuti dopo, l’intendente del palazzo intimò alla casa produttrice di cessare le riprese e di lasciare il Quirinale: il visitatore che aveva ricevuto il colpetto sulla spalla era il primo segretario del Presidente della Repubblica».

La citazione di Monicelli è tratta da M. Monicelli, La commedia umana. Conversazioni con Sebastiano Mondadori, Milano, 2005; la citazione sul Cagliostro è tratta da A. Anile, Orson Welles in Italia, Milano, 2006.

 

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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