Difficile fare il killer avendo la fobia del sangue, ma Antonio Zagari (Gabriel Montesi), nato in una famiglia della ’ndrangheta, non ha avuto scelta, anche se avrebbe avuto i numeri per proseguire negli studi. Difficile anche condividere completamente lingua e pensiero delle ’ndrine, essendo cresciuto nel varesotto, dove la famiglia si è trasferita: oltre ad aver acquisito l’inflessione lombarda, Antonio e suo fratello Enzo (Andrea Fuorto) sono stati almeno in minima parte contaminati dai codici morali della normale vita sociale e che venga rapito e poi ammazzato un loro amico è una cosa che non riescono a mandar giù come niente fosse. In particolare, poi, Antonio non accetta che il padre (Vinicio Marchioni) non lo abbia mai trattato come un figlio ma solo come un complice, che vale solo in quanto affiliato della stessa organizzazione malavitosa.
Ma che strumenti hanno per reagire due ragazzi degli anni ’70 nati e cresciuti in questo contesto familiare criminale? Enzo sceglie la strada dell’autodistruzione attraverso l’eroina (come tanti di quella generazione), piuttosto che distruggere il mondo in cui è cresciuto. Per Antonio, invece, le cose vanno diversamente. Vanno e non le fa andare lui, perché non c’è una strada lineare di presa di coscienza e allontanamento. Ci sono invece delle sensazioni che si mettono in fila: il disgusto fisico per il sangue, l’incapacità di partecipare alla gioia generale per il battesimo (cioè l’affiliazione ’ndranghetista) del fratello, la ripulsa per l’uccisione di un compagno, l’amore per una ragazza (Selene Caramazza) estranea all’ambiente malavitoso. E soprattutto c’è l’esperienza del carcere dopo una rapina, dove prima si fa destinare al lavoro in biblioteca scoprendo i libri e poi, sbattuto in cella di isolamento, si mette a scrivere la sua storia. Il suo scrivere è prima di tutto un tradurre: non a caso il film si apre con la voce di Antonio che legge dal suo manoscritto il significato di tutta una serie di parole del gergo della malavita calabrese (astutare è uccidere, tufo è pistola, intufare è sparare ecc.). Tradurre è far comunicare due mondi e la salvezza di Antonio è tutta qui, nel riconoscere l’esistenza di questi due mondi, cosa che non era riuscita a suo fratello, condizione necessaria per riuscire poi, magari, a passare da un mondo all’altro.
Ammazzare stanca è ispirato all’omonimo libro autobiografico di Antonio Zagari e il titolo pavesiano è perfetto per la vita di questo operaio del crimine (il padre sentenzia: «non hai le palle per comandare, sai solo ammazzare») che fa l’operaio anche in fabbrica come copertura e sempre per lo stesso motivo è costretto a girare con una Fiat 124. Una bella risposta del regista Daniele Vicari a tutti quei gangster movies pieni di antieroi, che degli eroi condividono comunque il crisma dell’eccezionalità. Anche gli attori sono bravissimi a rendere perfettamente questo alone di mediocrità a tratti perfino ottusa, con una menzione speciale per il protagonista Gabriel Montesi e per Rocco Papaleo, il viscido e leccatissimo capo della ’drina, don Peppino Pesce.

