Nella carriera di un regista ci sono progetti profondamente personali così come altri che semplicemente capitano. Film tratti da best-seller o che cavalcano tema d’attualità: gli vengono proposti e il regista li accetta per i motivi più vari, a volte anche per rimettersi in corsa dopo un flop. Gli esempi sono numerosi e quasi nessuno ne è indenne, neppure tra i grandissimi.
È stato lo stesso Luca Guadagnino a inserire questo After the hunt nel filone della sua produzione su commissione che ha origine, fra l’altro, già dal suo secondo film Melissa P. (2005), tratto dal romanzo scandalo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire di Melissa Panarello. Con quest’ultimo film invece più che sull’attualità siamo sul riflusso dell’ex-attualità, visto che al centro della storia c’è un episodio da #metoo ambientato all’università di Yale nel 2019 – il movimento prende avvio nell’ottobre 2017 – al quale segue un breve epilogo ambientato oggi; già questo dà l’idea che la posizione scelta sia quella di una rilettura postuma – e per molti versi critica – del movimento.
Questo il fatto: Maggie Resnick (Ayo Edebiri), una dottoranda in filosofia, confida alla sua docente Alma Imhoff (Julia Roberts) di aver subito una molestia da parte di un collega e amico di Alma, Hank Gibson (Andrew Garfield). Hank però sostiene che la ragazza si sarebbe inventata tutto perché lui si era accorto che la sua tesi di dottorato non era che una scopiazzatura, temendo di essere smascherata. Alma, tirata in ballo da entrambi come testimone a carico o a discolpa, si preoccupa soprattutto di non mettere a rischio la sua promozione a professore ordinario.
A noi spettatori non viene data nessuna prova di quale sia la verità, anche se gli indizi ci porterebbero a pensare che la ragazza abbia tratto spunto dalla casuale scoperta di un segreto nella vita di Alma per inventare una bugia che salvasse sé stessa, a costo di rovinare la reputazione e la carriera accademica di Hank. Aggiungiamo che Maggie oscilla tra il vittimista e il presuntuoso e che appartiene a un buon numero di categorie discriminate/svantaggiate (donna, nera, lesbica e pure fidanzata con una persona in transizione) occupando però una posizione sociale nettamente avvantaggiata (i suoi genitori adottivi sono tra i principali benefattori dell’università). Il povero Hank invece proviene da una famiglia umile e da tutta la vita rincorre l’obiettivo di una cattedra universitaria, che gli scompare ovviamente davanti agli occhi proprio quando era lì lì per raggiungere il traguardo, a causa della denuncia della studentessa.
Insomma, in questo giocare a rimpiattino tra i diversi punti di vista il film evita di essere esplicitamente a tesi, ma si può senz’altro inserire in un movimento di riflusso e di insofferenza perlomeno rispetto ad alcune manifestazioni del #metoo, del politically correct ecc. Così come tutto questo ambiente universitario colto e apparentemente corretto, ma di spietato carrierismo, è dipinto davvero in modo sgradevole, tanto che tutte le conversazioni filosofiche che sentiamo incessantemente suonano veramente come “parole, parole, parole”.
Ma tutto questo è il pensiero di Guadagnino o piuttosto della sceneggiatrice Nora Garrett? Ovviamente una risposta chiara e definitiva potrebbe darla solo il regista, ma nelle varie interviste e conferenze stampa se n’è sempre tenuto alla larga. A me verrebbe da dire che la questione non lo interessi poi granché e che qui abbia invece soprattutto giocato alle prove generali del suo prossimo progetto più personale che sarà tratto da I Buddenbrook di Thomas Mann, non a caso livre de chevet di Alma e insistentemente inquadrato sul suo comodino.
Alma è messa in scena da Guadagnino quasi come un alter-ego di Thomas Buddenbrook, l’apparentemente impeccabile rampollo della ricca famiglia di mercanti anseatici che cova invece in sé il germe della decadenza e della distruzione. Infatti, come Thomas è caratterizzato dai suoi guanti di pelle bianca, immagine di pulizia e autocontrollo, così l’impeccabile e fredda Alma veste quasi sempre di bianco, ma tanto lindore nasconde quello che cova dentro di loro: come dice Alma ad Hank «ho sempre saputo che prima o poi tutto il marcio che ho dentro sarebbe venuto fuori». Questo marciume che preme per uscire è simboleggiato dalle ripetute crisi di vomito di Alma (alla fine si scoprirà che è un’ulcera), crisi nelle quali farà ben attenzione a non sporcare i suoi abiti immacolati né la lunga collana pendente che porta sempre e che prima di chinarsi sul water ha cura di infilare dentro la camicia, per proteggerla. Uno scrupolo per cui ben le si adatterebbero le parole che Cesare Cases ha dedicato al personaggio manniano: «la passione maniacale con cui coltiva il proprio aspetto assume un carattere quasi apotropaico: egli spera che il trasferimento dell’ordine e della sicurezza all’esterno, là dove sono visibili a tutti, scongiuri il destino che sente maturare all’interno». Del rischio di rivelazione contenuto in ciò che esce dal corpo, ci parla anche il fatto che Alma abbia stranamente nascosto le tracce del suo colpevole segreto di gioventù in uno scaffale del bagno, il più basso, quello dove sta la carta igienica, e infatti proprio cercando quest’ultima Maggie lo scopre.
Ma è sorprendente che quel marciume tanto temuto e da nascondere non sia altro che la parte più autentica di sé, un amore adolescenziale felice e poi non più corrisposto, che nella disperazione l’aveva spinta a un gesto feroce di vendetta; così allo stesso modo per Thomas Buddenbrook da occultare e rinnegare è la sua natura estranea allo spirito mercantile, una natura che ha scelto di soffocare in giovane età per abbracciare il suo status di futuro capofamiglia. Per Alma e per Thomas la parola d’ordine è “repressione” ed è proprio questa la chiave che Guadagnino ha scelto per la sua futura lettura del libro di Mann, come ha dichiarato: «I Buddenbrook racconta la decadenza della civiltà occidentale, una decadenza che prende le forme delle repressioni più brutali. Per capire l’oscenità della repressione credo sia indispensabile vedere come gli oppressori siano dei repressi. Non per giustificarli ma per arrivare fino al cuore delle tenebre».
Nel frattempo, questo After the hunt può renderci piacevole l’attesa del prossimo film, ma sconsiglierei di cercarci molto altro.
