La doppia morte francese – Lione e Parigi

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Ero a Parigi nei giorni immediatamente a ridosso della morte di Quentin Deranque, il militante di destra morto a Lione in uno scontro di strada. Un episodio che qui da noi ha prodotto poco sia in temini di visibilità mediatica che di mobilitazione politica (una dichiarazione di fraternità col “martire” da parte di Giorgia Meloni, un po’ di presidi neofascisti), ma che in Francia, invece, ha costituito una sorta di fibrillante rivelatore di pulsioni profonde, e per certi versi un punto di svolta dell’orizzonte politico. E devo confessare che quanto mi è parso di cogliere da quel punto di osservazione privilegiato, mi ha tolto, per così dire, il sonno.

Intanto perché la narrazione che sul grande schermo dei media mainstream sembrerebbe univoca (un “bravo ragazzo” caduto vittima della violenza scatenata degli estremisti di sinistra) in realtà tale non è, ce ne sono almeno due di narrative, e la seconda disegna un quadro ben diverso. Ci dice che il 12 febbraio era in programma alla Facoltà di scienze politiche dell’Università di Lione una conferenza dell’europarlamentare franco-palestinese de La France Insoumise Rima Hassan. Che all’esterno dell’Ateneo il collettivo femo-nazionalista “Nemesis” aveva organizzato un picchetto di contestazione, secondo una pratica costante dell’estrema destra lionese. E che ad alcune centinaia di metri di distanza, nei pressi di un tunnel, un gruppo composto da 16 neofascisti armati di fumogeni e di spranghe (di cui, avremmo saputo dopo, faceva parte anche Quintin Deranque) stazionava in attesa. Un’indagine del settimanale Le Canard enchaîné mostra le immagini di un video in cui si vedono questi militanti di estrema destra, vestiti tutti di nero e con i volti coperti da passamontagna, aggredire un gruppo di 13 militanti di sinistra, probabilmente diretti alla conferenza, con estrema violenza. “Le ostilità – si legge nell’inchiesta – sono iniziate con il lancio di fumogeni contro gli antifascisti. Alcuni attivisti di estrema destra erano dotati di guanti tirapugni. Uno di loro colpisce i suoi avversari con un casco da motociclista, un altro usa una stampella e lo spray al peperoncino. Un terzo usa un ombrello”. Si tratta di una documentazione che smentisce e anzi ribalta  la versione inizialmente presentata dal gruppo di estrema destra Nemesis, ampiamente ripresa acriticamente e fatta propria sia dal sistema mediatico che da quello politico-istituzionale, secondo cui Quentin Deranque sarebbe stato nella zona con il nobile scopo  di “proteggere” le attiviste che contestavano la conferenza, e sarebbe caduto vittima di un’imboscata tesa dall’estrema sinistra. Così come il materiale fotografico e video diffuso da un altro collettivo di contro-informazione molto attivo a Lione, Contre-attaque, che conferma una dinamica dei fatti nettamente orientata in direzione ostinata e contraria rispetto alle frettolose “verità” delle prime ore. Il fatto stesso che i 13 di sinistra fossero vestiti normalmente, e nessuno di essi portasse armi proprie o improprie, dovrebbe dimostrare che non erano preparati allo scontro e, men che meno, giocassero la parte degli aggressori.

Ciò nonostante, la versione giunta al grande pubblico da parte dei media di sistema ha continuato a insistere sul cliché dell’antifascismo aggressivo e della destra innocente. Anche a costo di plateali operazioni di mistificazione della realtà. TF1, la rete televisiva più seguita in Francia, appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha trasmesso quasi in tempo reale rispetto agli eventi un filmato nel quale si vedeva solo la parte finale dello scontro, quella in cui un corpo (probabilmente di Quantin Deranque) giaceva a terra, occultando però l’intera sequenza precedente che mostrava come lo scontro fosse appunto iniziato con un’aggressione del gruppo nero contro gli altri. C’è voluto il Canard per ripristinare la reale successione dei fatti, ma ormai la verità ufficiale era stata scritta. Tutti gli altri canali televisivi e poi la carta stampata si sono fin da subito allineati con la versione del “linciaggio” – questo è stato il termine quasi universalmente impiegato – e dell’”omicidio volontario”, diffondendo l’immagine di un “antifascismo assassino” cultore di una violenza cieca, fatta prontamente propria da quasi tutto lo schieramento politico-istituzionale – macroniani in testa – e utilizzata come una clava contro La France Insoumise di Melenchon (accusata di accogliere tra le proprie file uno dei presunti partecipanti allo scontro, assistente del fondatore de La Jeune Garde)).

  

Appena diffusasi la notizia della morte di Quintin Deranque il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha aperto il fuoco ad alzo zero dichiarando che “per molto tempo, La France Insoumise ha detto che la ‘polizia uccide’, qui è chiaro che è stata l’estrema sinistra ad aver ucciso”. A sua volta l’ex ministro dell’Interno macroniano, Bruno Retailleau (candidato dei Républicains alle presidenziali), ha scritto su X: “Non è la polizia che uccide in Francia, è l’estrema sinistra”; il Primo Ministro Sébastien Lecornu di fronte all’Assemblea Nazionale ha chiesto alla LFI di “ripulire le sue osservazioni, le sue idee, e soprattutto nelle sue file” mentre la sua portavoce, Maud Bregeon, ha attribuito a Melenchon e ai suoi una “responsabilità morale” per il clima di violenza arrivando ad auspicare che “non ci sia mai più un deputato LFI all’Assemblea nazionale”. Altrettanto dura, in campo socialista, la presa di posizione di Jérôme Guedge, deputato del PS e candidato presidenziale, il quale ha dichiarato “È una responsabilità politica e quindi una responsabilità morale… Non deve più esserci il minimo contatto politico, elettorale o programmatico con La France Insoumise”. Gli ha fatto eco l’ex presidente François Hollande: La France Insoumise “non può più rappresentare per la sinistra nessun candidato che possa arrivare al secondo turno”, mentre Raphaël Glucksmann il fondatore di “Place publique” ed europarlamentare socialista, ha ribadito la scomunica: “Non si possono usare continuamente parole di estrema violenza senza pensare che queste parole si tradurranno in azioni” dichiarando quindi “impossibile una futura alleanza con LFI alle presidenziali del 2027”.

morteMartedì 17 febbraio, l’Assemblea Nazionale ha osservato un minuto di silenzio in omaggio a Quentin Deranque, a cui hanno aderito tutti i gruppi politici. E non importa che la vittima celebrata fosse stato tra i fondatori di un collettivo neonazista denominato “Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava un’ideologia nostalgica del Terzo Reich, né che militasse nel gruppo nazionalista-rivoluzionario Audace, basato a Lione, “derivato da un precedente gruppuscolo sciolto nel 2019 con decreto governativo, per istigazione ad azioni armate e appelli all’odio”. Il cordoglio per una giovane vita stroncata è sacrosanto, ma – si sono chieste in quell’occasione alcune voci fuori dal coro – è sufficiente per giustificare l’unanime santificazione della vittima a prescindere da ogni sua reale azione in vita? Così come non sono mancati coloro che hanno ricordato che negli ultimi quattro anni sono state sei le vittime della violenza politica da parte di attivisti di estrema destra in Francia (gli attivisti curdi Emine Kara, Mehmet Şirin Aydin e Abdurrahman Kizil, uccisi a Parigi nel 2022; il rugbista argentino Federico Martín Aramburú, ucciso, sempre a Parigi, nel 2022; Djamel Bendjaballah, investito da un militante della Brigata patriottica francese a Dunkerque nel 2024; Hichem Miraoui, ucciso perché arabo nel Var nel 2025). Nessun minuto di silenzio è stato osservato per loro, e pochi, pochissimi, ne ricordano i nomi. D’altra parte, chi si pone queste domande e fa queste obiezioni sta al di fuori sia del mondo mediatico che conta, sia dall’establishment politico. Questo, strutturato ormai in un blocco relativamente organico e trasversalmente uniforme ha, per certi versi più per istinto che per calcolo, come una sorta di riflesso pavloviano, privilegiato e fatta propria la narrazione della destra, persino di quella estrema, di quelli che si presentano come “uomini d’ordine”, selezionando come di per sé inattendibile quella degli altri, degli “insoumis”, o degli estranei al sistema.

Ed è questo, per l’appunto, il messaggio più inquietante che ci viene da questo fatto – triste, certo, ma apparentemente marginale – della Francia sud-orientale. Questa sorta di “inversione etico-politica” che si sta compiendo ad alta velocità, che tende a “normalizzare” – nel senso di accettare come “compatibile” – ciò che fino a ieri era considerato inaccettabile (il radicalismo di destra, il suprematismo bianco, l’islamofobia e la xenofobia, insomma le componenti caratteriali del neofascismo). E al contrario a stigmatizzare come incompatibile, inaccettabile, intollerabile (perché divisivo, disturbante dei poteri, in ultima analisi “violento”), quanto per un lungo ciclo politico aveva al contrario costituito un pigmento in qualche misura benefico della società democratica: l’egualitarismo attivo, il contrasto all’autoritarismo, l’indignazione per l’ingiustizia sociale, la denuncia degli abusi del potere, in sostanza quanto trovava la propria sintesi nella formula etico-politica dell’antifascismo.

L’asse della dialettica “Diabolisation/dé-diabolisation” (“demonizzazione/sdemonizzazione”) chiamiamola così, che aveva strutturato a lungo il sistema immunitario francese si sta rapidamente rovesciando. La “diabolisation” di cui si era da sempre lamentata Marine Le Pen, e che aveva con ogni mezzo cercato di disinnescare nei lunghi anni della sua carriera politica, funzionava nel senso di un interdetto verso l’estrema destra, considerata estranea all’ésprit républicain e come tale non solo esclusa da qualsiasi ipotesi di possibile alleanza ma suscettibile di giustificare, nel caso rischiasse una vittoria elettorale che le aprisse la via del potere (Presidenziale o parlamentare) una Grande Alleanza di tutti contro uno (come era appunto ancora avvenuto, con successo, alle ultime elezioni). Ora, la de-diabolisation del Ressemblement National non solo appare in stato avanzato (da tempo Macron strizza l’occhio a Bardella e ai suoi, per non parlare dei gaullisti), ma l’interdetto sembra con sempre maggior forza operare in direzione inversa: a ostracizzare (demonizzare) la sinistra non-di-sistema di Mélenchon. E’ La France Insoumise a subire una crescente forma di diabolisation, e i fatti di Lione ne sono una clamorosa conferma.

Manifestazione neofascista a Lione

Sembra un paradosso, o meglio un incubo – il mondo che ruota sul suo asse e si rovescia -, ma è vero: a poche ore da quei fatti il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella ha proposto alle altre forze politiche di fare “fronte comune” e di creare “un cordon sanitaire vis-à-vis de LFI”: un “cordone sanitario”, lo stesso termine che di solito viene utilizzato per escludere dal governo i partiti che vengono da una tradizione fascista, tra cui lo stesso Rassemblement National!

Come ha osservato, sulle pagine di Le Monde il politologo Philippe Marlière, lo scopo politico di tutta questa polemica è quello di “assimilare la France Insoumise al terrorismo di estrema sinistra e far uscire dall’arco repubblicano una delle principali organizzazioni di sinistra del paese”. Per realizzare questa vera e propria forma di regime change – lo scrive su Le Monde Diplomatique l’economista Frédéric Lordon – è necessario “invertire” la realtà politica e far diventare senso comune – a livello di opinione pubblica e tra il ceto politico prevalente – l’idea che “il problema politico in Francia non è l’inesorabile ascesa del fascismo, ma è la sinistra antifascista. La quale, si dice a mezza voce, potrebbe incarnare il ‘vero fascismo’… Il secondo fascismo storico – è la conclusione – ha questa particolarità: negare in tutti i modi di essere un fascismo e addossare l’infamia ai propri oppositori”. Oggi in Francia, come d’altra patre da tempo avviene in Italia.

Per questo ho detto che la cosa “mi toglie il sonno”. Perché vedo, con orrore, ripetersi nel centro dell’Europa, la medesima perversa logica che guidò, tra gli anni Venti e gli anni Trenta del secolo scorso i rappresentanti di un estenuato liberalismo ad appoggiarsi su – e ad appoggiare nella loro (irresistibile?) ascesa verso il potere – le arrembanti forze del fascismo allo stato nascete, preferendo l’ordine da caserma che queste incarnavano al superamento del loro socialmente ingiusto sistema che la sinistra chiedeva. Oggi, come allora, gli esponenti della trascorsa ondata neoliberista, che ha destabilizzato nel profondo il tessuto sociale dei Paesi cosiddetti “avanzati”, di fronte al loro palese fallimento e all’accumularsi di contraddizioni che non riescono a controllare, preferiscono guardare a destra (quella che comunque garantisce loro la permanenza dei privilegi sociali dei loro rappresentati) piuttosto che accettare quelle modifiche di “sistema” – anzi, di “paradigma” – che la sinistra radicale rivendica. Al tradizionale “front populaire” che ha rappresentato l’estrema istanza nel lungo ciclo succeduto alla Seconda guerra mondiale, preferiscono un nuovo “fronte” – non più popolare ma, questa volta, nazionale -, anticamera di un nuovo naufragio della democrazia.

Non so se c’è ancora tempo per invertire questa deriva nefasta. Forse, Ma bisogna muoversi presto. Subito. Contendendo ogni centimetro di spazio politico e sociale a questa nuova barbarie che viene avanti. In Francia la prova sarà quella delle elezioni amministrative di marzo. In Italia il Referendum.

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "La sinistra impossibile da spiegare a mia figlia". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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One Comment on “La doppia morte francese – Lione e Parigi”

  1. Grazie.
    Per caso ero a Lione in quei giorni e quello che avevo letto nei giorni successivi in effetti raccontava tutta un’altra storia.

    Edoardo, Torino

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