Uno spettro si aggira per la scuola italiana: lo spettro dello schwa. Insieme all’asterisco rappresenta un pericolo tale che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato una apposita circolare. La prima reazione è stata di stupore: la scuola in Italia ha moltissimi problemi, dall’asilo all’università i guai sono infiniti e decisamente resistenti nel tempo. Ma tant’è: «Nelle comunicazioni ufficiali è imprescindibile il rispetto delle regole della lingua italiana», e «l’uso di segni grafici non conformi, come l’asterisco (*) e lo schwa (ə), è in contrasto con le norme linguistiche e rischia di compromettere la chiarezza e l’uniformità della comunicazione istituzionale».
In risposta alla circolare Vera Gheno ha scritto: «Sono d’accordo sul fatto che spesso le circolari scolastiche siano poco comprensibili; ma lo schwa e l’asterisco sono l’ultimo dei loro problemi, che identificherei piuttosto nell’ostinazione a impiegare una lingua lontana dalla vita quotidiana, dall’uso vivo, utile a creare un baratro tra chi scrive e chi legge piuttosto che a costruire ponti: il burocratese». Ho sempre pensato che Vera Gheno è molto sensata nelle sue prese di posizione, anche se molti, soprattutto dell’accademia, non la sopportano (forse per le sue idee, molto più spesso per abbigliamento e tatuaggi).
Giorgio Agamben scrive che «il mondo si rivela in modo ogni volta diverso secondo le particolarità e la natura dei vocaboli e lo stile di chi parla e scrive». Può apparire banale, forse troppo semplice. La parola non serve solo per comunicare, serve per molto altro: per costruire steccati, per farsi credere dei sapientoni, per allontanare chi ha conoscenze minime e molto altro. Sempre Giorgio Agamben: «La lingua e la letteratura sono come la bacinella da barbiere, che agli occhi del Cavaliere incantato dalla sua follia appare come l’elmo glorioso di Mambrino, così come questo appare agli occhi della gente comune una semplice bacinella da barbiere. La letteratura vive soltanto del proprio incessante disinganno e può stringere tra le mani la preziosa, eroica celata sono nella misura in cui continua a vederla con un’umile bacinella. A onta dell’incessante oscillazione da un luogo all’altro, dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso, la verità è in ogni istante le due cose insieme». C’è chi vede la bacinella del barbiere, chi l’elmo di Mambrino.
Se si sceglie di scrivere una circolare (che, come dice il nome circola dappertutto) significa avere un problema, avere paura di qualcosa che non si conosce, mettere i puntini sulle “i”: qui decido io. «Dicono che la parola serva agli uomini per comunicare tra loro e per essere poeti. Forse sarà servita un tempo. Per conto mio essa è soltanto uno strumento di difesa e di offesa nella lotta». Scriveva così Goffredo Parise. Per Keun Irmarg: «Ogni parola è guerra, sia che si dica lotta o si dica pace. Finché ci saranno le parole al mondo ci sarà la guerra. E quando non ci saranno più guerre, anche la parola soggiacerà alla pace eterna». Il potere vive, si mantiene prospera anche attraverso il linguaggio (il generale Pinochet vietò il Don Chisciotte di Cervantes), con proprie regole e proprie parole d’ordine («Chi detiene la norma linguistica, detiene il potere» dice Vera Gheno). «È tempo di dire che l’uomo prima di sentire il bisogno della cultura, ha sentito il bisogno dell’ordine»: questa una delle scritte che campeggiavano sui muri durante il fascismo.
La grande scrittrice Susan Sontag diceva: «Il mio problema coincide col mio linguaggio. Cioè, se non avessi questo linguaggio, non avrei questo problema. Se non avessi questo problema, non avrei questo linguaggio». È così, il linguaggio serve anche a comprendere ed illustrare tradizioni, culture, opinioni, ideologie, teorie. «Le prime vittime sono le povere parole» scriveva Luis Sepulveda.
La storia ci insegna che alle parole seguono spesso i fatti, che le parole sono le prime vittime innocenti. Si iniziano a bruciare i libri, le biblioteche, le città etc. Scrive Adriano Sofri: «Quanto alla lingua, mi pare che tutto sia fatto in essa come un giardino, rigoglioso di intrecci, innesti, trapianti e fiori e frutti. E non come un recinto di funzionari ministeriali vogliosi di raddrizzare le gambe ai cani». Un giardino rigoglioso, vivace, colorato, allegro, senza ascoltare i disgraziati consigli di don Abbondio.
Bibliografia
– Giorgio Agamben, Il corpo della lingua Esperruquancluzelubelouzerirelu, Einaudi, 2024
– Circolare Ministero dell’Istruzione e del Merito, Nota prot. n. 1784 del 21 marzo 2025
– Vera Gheno, Le ragioni del dubbio, Einaudi, 2021
– Vera Gheno, Il no allo schwa è ideologico. Alla lingua italiana fa molto più male il burocratese, “Domani”, 22 marzo 2025.
– Keun Irmarg, Dopo mezzanotte, Rizzoli, 1937
– Alessandro Manzoni, I promessi sposi, 1840-42
– Goffredo Parise, Il padrone, Einaudi, 1965
– Luis Sepulveda, Il generale e il giudice, Guanda, 2023
– Adriano Sofri, L’antesignano del wokismo è sempre il proibizionismo, “Il foglio”, 25 marzo 2025
– Susan Sontag, Io eccetera, Einaudi, 1980

Sciocchezze. Il ministro non potrebbe usare la schwa come arma di distrazione di massa se non ci fosse stato prima qualcuno, tra cui la stessa Vera Gheno, che ne ha fatto una questione sostanziale di vita e di morte, come se le parole determinassero il mondo; e io che pensavo che il nominalismo fosse morto dopo il medioevo.
“Kamala is for they/them” è uno slogan che, per ammissione degli stessi democratici, ha consentito a Trump di vincere le elezioni. Il pensiero espresso da articoli come questo continua a consentirgli di segnare dei goal a porta vuota.