Il business è arrivato in Alta Langa. In ricordo di Bruno Geda

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Bruno Geda ha lasciato questa terra. Bruno e Lucia furono alcuni dei protagonisti del libro Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni che dedicai alla Langa diversa. Ma anche a quei dintorni di Langa dove sorge quella Cascina all’Inverso abitata da Bruno, Lucia e i loro due bimbi. Quando arrivai alla cascina ricordo il clima di festa e di margine, che poi avrei ritrovato in buona parte delle persone che intervistai. Intendendo per margine il non partecipare al banchetto glamour fatto di ricchezza materiale e conformismo che caratterizza la Bassa Langa, quella dei vini pregiati, dei terreni che costano oro, dell’overtourism. Ognuno di quei personaggi interpretava un modo di essere, non un modo di avere. E Bruno interpretava la sua arte del legno, che gli permetteva di realizzare opere originali e uniche. E nella sua cascina si respirava un’aria di festa, tra sculture in legno e arti circensi.

Li rividi ancora altre due volte. La prima, in Alta langa, a San Benedetto Belbo, quando ci rivedemmo tutti a casa di Vittorio Delpiano, detto “Toio”, il prete operaio grande esperto di muretti a secco, che realizzò per amore una xiloteca unica in Italia, e che figura anch’egli nel novero degli interpreti del mio saggio. E un’altra, sempre in Alta Langa, a Prunetto, per parlare della loro esperienza di margine. Oggi anche Toio non c’è più. E chi mi ha riferito del corpo senza vita di Bruno ritrovato nei boschi di Calizzano è stato Andrea un altro degli intervistati di un tempo.

È stata una triste occasione per chiacchierare un po’, e per sapere che quel Farinetti da cui prese il nome il mio libro ha acquistato un terreno in Alta Langa per realizzare un impianto viticolo che produce quel vino che porta lo stesso nome del territorio che lo ospita. Perché il business sta arrivando anche qui, ai margini dei siti Unesco, e si chiama nocciola e Alta Langa DOCG. Perché, come ricordava Toio, ormai “è prevalso un modello assai disumano di vita: profitto, arricchimento fine a se stesso”. Un modello lontano anche da Bruno Geda, e che, chissà, forse in qualche modo avrà contribuito a determinare la sua scelta.

Gli autori

Fabio Balocco

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto, tra l'altro, “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Neos Edizioni, 2017); "Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni" (Il Babi editore, 2019); "Per gioco. Voci e numeri del gioco d'azzardo" (Neos Editore, 2019); "Un'Italia che scompare (Il Babi editore, 2022); "Sotto l'acqua. Storie di invasi e di borghi sommersi" (LAReditore, 2024); "Bianco benestante ambientalista" (LAReditore, 2025).. Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con "Il Fatto Quotidiano".

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2 Comments on “Il business è arrivato in Alta Langa. In ricordo di Bruno Geda”

  1. Partecipai anch’io brevemente , con mia moglie, a quell’intervista nella quale Bruno mi definì “mediatore culturale” , una qualità che non avevo mai supposto di possedere, noi stessi alle prese con gli sforzi per ricomporre relazioni dopo decenni nei quali le nostre esperienze ci avevano portato lontano. L’ultima opera di Bruno, che installammo il 25 luglio scorso nei boschi circostanti, ha come nome “Fragile”. Bruno descrisse quest’opera come ” intervento di decontestualizzazione di una simbologia commerciale ” posizionata in ” un luogo periferico, dove lo sguardo è lontano o assente, ( costituisce) un valore aggiunto per un’opera d’Arte perché assolve pienamente il suo significato: quello di porre un lume al valore culturale innegabile delle espressioni artistiche, valorizzare conseguentemente un luogo e determinarne un significato o un’emozione.” Opera che, oltre a parlare della fragilità del territorio e del bosco, privo di difese dalle attività estrattive sempre più aggressive dei boscaioli, parlava anche della fragilità dell’uomo e sua in particolare.
    Non so perché Bruno ha deciso di uscire in questo modo, mi ha fatto arrabbiare tantissimo. Oggi le luci spente della cascina e del suo laboratorio, il non poter più scambiare con lui qualche opinione, bisticciare e bere insieme un bicchiere, determinano un vuoto che fa stare davvero male.

  2. Conoscevo Bruno da molto. La tragedia che ci ha colto all’inizio di quest’anno mi ha lasciato un enorme sgomento. Bruno era molto attivo nella protesta contro azioni istituzionali che non tenegono conto di valori e deisideri delle persone. Penso che il suo sforzo, a contrastare azioni scellerate sia stato sempre lucido e non penso che tale ipotesi, esplicitata in questo articolo, possa essere causa al suo gesto. Quando penso a Bruno ipotizzo solo un panorama di cause estremamente dolorose e trovo che la scelta di compiere azioni irreversibili abbia delle radici molto profonde, annidate nella complessità dell’animo umano. In riferimento all’articolo mi colpisce molto quando vengono usati i termini emarginazione ovvero “mettersi ai margini”. Mi fa riflettere il fatto di come si crei una sorta di concatenazione tra chi vive ai margini, scegliendo dei valori e il rischio, vivendo in un terriorio sotto conquista di compiere delle azioni estreme. Quindi mi sono chiesto dove stia la comunità. Dove si trova e se ci sia una comunità che ti sostiene e ti alleggerisce dal peso di scelte così coraggiose. E’solo colpa di un violento sfruttamento del territorio oppure stiamo coltivando e foraggiando delle idee senza una reale capacità di sostegno fra noi tutti che condividiamo delle scelte come quella che ha fatto Bruno e la sua famiglia?
    Davide.

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