“A drug free world is possible. We can do it!” (“Un mondo libero dalla droga è possibile. Possiamo farcela!”). Così recitava lo slogan che, nel 1998, fu lanciato dal palazzo di vetro di New York durante la sessione straordinaria dell’Assemblea delle Nazioni Unite dedicata alle droghe. Era il preludio di ciò che gli Stati Uniti d’America avrebbero poi trasformato nella più sanguinaria delle guerre contro i Paesi produttori di cocaina e oppio, ma anche contro le piantagioni di cannabis, classificata come sostanza “pericolosa” dalla Convenzione Unica degli stupefacenti del 1961. Erano gli anni della grande e devastante retorica proibizionista, ma anche dell’illusione di Pino Arlacchi, politico di sinistra la cui fama è stata costruita per essere stato l’autore del piano di eradicazione globale di coltivazioni di sostanze pesanti, durante il suo mandato all’UNODC (Programma delle Nazioni Unite per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine). Una guerra combattuta non contro le mafie, ma contro i contadini, non contro il grande traffico, ma contro il consumo di strada, non contro i cartelli, ma contro le periferie sociali dei paesi del Sud, piegati dalla povertà e dalle politiche di globalizzazione.
Sono passati 35 anni dalle politiche di Arlacchi e delle lobby della guerra alla droga. In Italia, i governi di sinistra prima, e quelli di destra poi, per motivazioni del tutto distanti, non sono riusciti a mettere mano al Testo Unico sulle droghe, peggiorato oltremodo dalle modifiche contenute nella legge n 159 del 2023, nota come decreto Caivano (https://vll.staging.19.coop/commenti/2023/09/11/lispettore-callaghan-a-caivano/). Nel mondo, invece, a dicembre 2020, la Commissione delle Nazioni Unite sugli stupefacenti ha riesaminato una serie di raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, decidendo di accogliere quella relativa alla rimozione della cannabis dalla Tabella IV allegata della Convenzione Unica sugli stupefacenti del 1961, dove la marijuana figurava nella categoria delle droghe più pericolose.
Il proibizionismo si è dimostrato un fallimento, sottraendo in questi anni risorse economiche agli stati nazionali, indebolendo il welfare, i servizi essenziali per le persone e riempendo le carceri di un’umanità che non si vuole vedere. Grazia Zuffa, la cui memoria accompagnerà sempre le nostre riflessioni, sosteneva che se le Convezioni internazionali sulle sostanze stupefacenti e psicotrope non possono essere modificate in ragione della loro rigidità possono essere “deperite”, cioè rese flessibili con graduale modifica verso una normativa rispettosa dei diritti umani e un approccio più incline a modelli di regolazione sociale. Da qualche tempo, alcuni stati europei e d’oltreoceano hanno avviato processi di modifica dei loro ordinamenti giuridici, con leggi che consentono la coltivazione per uso personale di poche piante di cannabis, la costituzione di cannabis social club e il potenziamento delle politiche di empowerment a favore di persone vulnerabili. Ma l’Italia resta immobile salvo provare a sfondare il muro di gomma della politica con un partecipata campagna per il referendum abrogativo sulla cannabis lanciato dalla rete costruita a Genova nel segno di Don Gallo, il cui quesito ha visto la bocciatura da parte della Consulta.
Il nostro Paese continua a governare il fenomeno delle droghe con un impianto legislativo ideologico e criminogeno, figlio di una stagione culturale che il mondo occidentale ha da tempo archiviato: il Testo Unico sulle droghe, la cosiddetta Iervolino-Vassalli (dPR 309/1990), approvato quando la società non era quella di internet, quando la cocaina diventava gradualmente la droga della working class, quando la scienza aveva un ruolo marginale nella costruzione delle politiche pubbliche. Oggi quella legge appare in tutto il suo vuoto, un costrutto rigido e punitivo, difeso strenuamente dalle destre populiste al governo. I tentativi di modificarla, in oltre 30 anni, sono stati tutti soffocati; poi è arrivato il Governo Berlusconi che, tra le tante colpe, ha quella di aver approvato la Fini-Giovanardi (prima Fini-Mantovano), che ha equiparato ai fini penali le sostanze “leggere” e quelle “pesanti”. Per fortuna la Corte costituzionale, nel 2014 – con il coraggio che spesso manca alla politica –, ha cancellato quell’equivalenza pericolosa tra sostanze, restituendo almeno una distinzione che la realtà aveva sempre imposto: sostanze diverse generano danni diversi e richiedono risposte sanzionatorie differenti.
Quest’anno, nel mese di novembre, il Governo Meloni, ha convocato la settima Conferenza Nazionale sulle droghe a Roma, escludendo deliberatamente le organizzazioni della società civile e le associazioni. La regia della Conferenza Nazionale, affidata al sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha visto il solo coinvolgimento delle organizzazioni e delle comunità terapeutiche del privato sociale vicine all’esecutivo: un ulteriore segnale di chiusura, da parte del Governo, al dialogo con quella parte di società, di operatori penitenziari e del mondo dei servizi aperta alla riduzione del danno. Qualche tempo fa, del resto, l’onorevole Alfredo Mantovano, strenuo sostenitore del pensiero paternalista, si era presentato alla Conferenza delle Nazioni Unite a Vienna ribadendo quello che aveva dichiarato a un incontro promosso dall’Università cattolica del Sacro Cuore: «la banalizzazione di droghe e sesso ha conseguenze importanti per la natalità».
Per questo è stata organizzata la Contro Conferenza nazionale sulle droghe, autoconvocata a Roma negli stessi giorni di quella del Governo. Antigone, Forum Droghe, A Buon Diritto, Luca Coscioni, Itard, Itanpud, Comunità Don Gallo, Cgil, Arci e molte altre realtà si sono incontrate per tre giorni alla “Città dell’Altra Economia”, nel quartiere Testaccio, ragionando con esperti internazionali, referenti della Commissione dei diritti umani Onu, medici, giuristi, accademici, nonché con i principali movimenti giovanili, di proposte per il superamento dell’attuale legislazione, per un piano di de-carcerizzazione della tossicodipendenza, di evidenze scientifiche, di diritti e di welfare, respingendo con forza le ricette punitive e repressive del Governo Meloni. Il documento finale, adottato dalla rete, denuncia le politiche penali e securitarie del Governo, reo di riempire le carceri di consumatori e di intasare la macchina della giustizia penale e amministrativa con 72.782 procedimenti pendenti per droga e 162.828 persone denunciate solo nel 2024.
Le evidenze sono drammaticamente chiare: il 35% dei detenuti nelle carceri italiane è ristretto per violazioni del Testo Unico sulle droghe; oltre 10.000 persone sono rinchiuse in condizioni di dipendenza acuta, senza un reale accesso a terapie, percorsi di riduzione del danno, supporto psicologico e reinserimento; le doppie diagnosi sono raddoppiate, incidendo negativamente sulla qualità dei servizi di salute mentale, essendo le carceri i luoghi dove la malattia fisica e mentale è diventata una vera emergenza. Tuttavia, dal Governo continuano a pervenire risposte sbagliate e anacronistiche. L’ultimo Piano carceri non ha copertura finanziaria, manca il personale medico e specializzato e il personale trattamentale. Il carcere non è in grado di gestire la complessità clinica, psicologica e sociale dei nuovi consumatori, con il risultato che le sezioni dove sono allocate le persone tossicodipendenti appaiono sempre più spesso distaccate e marginalizzate. L’idea salvifica del Ministro Nordio – e prima ancora del sottosegretario Delmastro – di accesso diretto dei consumatori in comunità terapeutiche, propone i medesimi dispositivi custodiali che trasformano il dipendente da sostanze in paziente/detenuto/obbediente. Il Governo, infatti, dopo aver puntato sul decreto-legge cosiddetto “carcere sicuro” (decreto legge 4 luglio 2024, n. 92, convertito nella legge 8 agosto 2024, n. 112), rimasto lettera morta, oggi spinge sul Piano carceri, in cui spicca il provvedimento relativo a soggetti condannati e imputati tossicodipendenti o alcoldipendenti, che chiedano di proseguire o di intraprendere un “programma terapeutico socio-riabilitativo residenziale”, presso una struttura autorizzata per una pena fino a un massimo di otto anni di reclusione (o quattro anni nel caso dei reati più gravi). L’ennesima ricetta repressiva che tramuterà luoghi come le comunità terapeutiche e riabilitative in carceri e in zone d’interesse per privati che vedono in questo settore opportunità di profitto.
L’appello della Contro Conferenza, in linea con quanto adottato dall’ONU nel marzo scorso e sulla base di anni di iniziative pubbliche, politiche referendarie e di pressione sul Parlamento, propone ai partiti di opposizione e alle istituzioni di abolire le sanzioni penali e amministrative, di ripristinare la precedente formulazione della lieve entità modificata dal decreto Caivano, di preferire le misure alternative al carcere con la costituzione di uffici inter-istituzionalizzati nei tribunali, di rendere possibile la misura dell’affidamento terapeutico, non necessariamente nelle forme della residenzialità, di abolire i Daspo per i soggetti ultraquattordicenni segnalati nei tre anni precedenti per violazione del Testo Unico droga. Le modifiche dovranno toccare parimenti le nuove disposizioni del Codice della Strada, volute dalla riforma Salvini per la guida in stato di alterazione. Sui servizi, la richiesta è di applicare senza indugio i LEA e la riduzione del danno nelle carceri e fuori.
È il momento di cambiare. È questo il compito che ci attende per costruire una politica sulle droghe che non abbia come obiettivo la punizione, ma la vita, la promozione della salute delle giovani generazioni capaci di scegliere e di disobbedire pacificamente, in nome dei diritti e della tutela della salute pubblica.
