Perini Fulvio, sindacalista alla CGIL, ha collaborato con la parte lavoratori, Actrav, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
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«Coltiviamo la bontà» dice il messaggio pubblicitario di un’impresa del ciclo della frutta del saluzzese. Buoni con i consumatori, forse; non con i lavoratori, in particolare quelli “usa e getta”, lasciati a se stessi già nella ricerca del luogo dove dormire. Anche a causa del fallimento del progetto di accoglienza diffusa.
Oggi rientrano al lavoro quattro milioni e mezzo di lavoratori nelle attività produttive. Non è proprio così, ma passi. Quel che conta è che rientrano senza una reale conoscenza dei rischi cui sono esposti e con regole di comportamento e sistemi di controllo inadeguati, confusi e contraddittori.
Per riaffermare le ragioni del lavoro, ovunque calpestate, c’è una sola strada: l’unità dei lavoratori e il conflitto sociale. È una strada dura e troppi vi hanno rinunciato, almeno in Italia. Non nel mondo: in India, in Brasile, in Cile e nella stessa Francia milioni di lavoratori sono scesi in sciopero. Questo ci ricorda il 1° maggio.
Le tutele del lavoro non si conquistano (né si mantengono) senza un conflitto che cambi i rapporti sociali. Ma per riattivare il conflitto è necessaria una rappresentanza dei lavoratori a partire dalle loro condizioni concrete, non una democrazia sindacale, come oggi accade, sotto sorveglianza in funzione della pace sociale.
Siamo nella fase di esaurimento del trentennio dell’economia globale. Una parte degli esseri umani deve essere abbandonata al suo destino. In questo contesto i lavoratori nel mondo si battono (a differenza che in Italia). Ma le contraddizioni impongono una nuova progettualità.
Il 26 ottobre a Santiago del Cile più di un milione di persone ha manifestato contro il governo Piñera e le sue politiche neoliberiste. Ciò è avvenuto, nonostante la dura repressione, grazie a una mobilitazione che ha visto uniti lavoratori, studenti, popoli nativi, femministe, ambientalisti, semplici cittadini e organizzazioni sociali.
In Europa il salario minimo stabilito per legge si è progressivamente esteso e attualmente ne sono privi solo Italia, Cipro, Danimarca, Svezia e Finlandia. Pur con ingenti e inaccettabili differenze (dai 10,3 euro per ora lavorata della Francia agli 1,72 euro della Bulgaria), esso ha limitato il deterioramento delle retribuzioni.
Sinistra e sindacato continuano a usare categorie del passato inseguendo una crescita che non c’è e sostenendo che bisogna creare posti di lavoro. Destinare le risorse del reddito di cittadinanza per sostenere riduzioni mirate dell’orario di lavoro incrementerebbe l’occupazione e ribalterebbe la prospettiva.
In preparazione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), è stato predisposto un documento dal titolo «Lavorare per un futuro migliore». Come concretamente potrà svolgersi un percorso di affermazione dei principi e degli obiettivi indicati nel documento, peraltro, non è facile comprendere.
I dati relativi agli infortuni sul lavoro nel nostro Paese sono contraddittori. Crescono gli infortuni mortali mentre gli altri sono stabili o diminuiscono. Alcuni ne traggono la conseguenza che sono migliorati i sistemi di sicurezza. Ma se si guardano i (pochi) dati disaggregati disponibili si vede che non è così.