Claudio Giorno è nato e vive a Borgone Susa da 70 anni, la metà dei quali trascorsi nel mondo delle grandi opere (nell’ufficio tecnico di progettazione, prima, e manutenzione, poi, di una concessionaria pubblica poi svenduta ai privati). Ambientalista militante in tutte le associazioni “storiche” si è presto convinto che l’aggressione al territorio e la corruzione che affligge il nostro paese sono le due facce (inseparabili) della stessa medaglia. Ha partecipato con Mario Cavargna – fondatore di “Pro Natura” – a tutte le lotte nate negli anni in Val di Susa. In particolare contro la speculazione edilizia e contro il traforo e l’autostrada del Frejus. Prova a portare (con scarso successo) la stessa sensibilità nella CGIL cui rimane iscritto per motivi del tutto irrazionali (come chi continua a tifare per la sua squadra del cuore). Ha partecipato – negli anni Novanta – alla fondazione del Comitato Habitat per la difesa del territorio e della vivibilità residua della Valle di Susa, da cui è nato il “movimento No TAV”. Cura il blog semiclandestino https://claudiogiorno.wordpress.com/
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Il deragliamento del treno Milano-Roma con la morte di due macchinisti ripropone drammaticamente il tema della sicurezza delle linee ferroviarie, ordinarie e AV, indebolita dai tagli delle spese di personale e di manutenzione, sacrificate dalla priorità accordata al saldo dei prestiti del sistema bancario internazionale.
Per cercare di stroncare la lotta della Val Susa e di fronte all’imponente partecipazione anche alla marcia dell’ultimo 8 dicembre i grandi giornali ironizzano sulla “conversione ambientalista” del movimento No TAV. Ignorando che l’opposizione al TAV nasce proprio in difesa del territorio e, per questo, continua anche dopo il varo dei bandi.
La corsa all’accaparramento di Greta Thumberg registra ogni giorno nuove adesioni. In fila ci sono anche i Si TAV. In modo grottesco se si considera che scavare le gallerie della nuova linea ferroviaria aumenterebbe le emissioni di CO2 fino al 2038 (quando probabilmente non ci sarà nemmeno più un ghiacciaio sulle Alpi).
Qualche giorno di pioggia e il Belpaese crolla. Questa volta tocca a una campata di un viadotto della Torino-Savona (mentre si apre una voragine nella Torino-Piacenza). C’è da non crederci, ma i governatori di Piemonte e Liguria e i giornalisti delle maggiori testate scritte e parlate invocano nuove Grandi Opere.
Salbertrand è un piccolo paese della Val Susa in cui giacciono milioni di metri cubi di rifiuti, probabilmente velenosi, mimetizzati tra ogni sorta di “inerti”, da decenni oggetto di sequestri e dissequestri. Altri se ne vorrebbero aggiungere in quantità smisurata con la realizzazione del TAV. Ma il nuovo sindaco si oppone.
Ormai sui grandi media pubblici e privati è una corsa. «Viva i Fridays For Future»: purché mettano giudizio, rinuncino a parole d’ordine antagoniste e capiscano che solo le grandi multinazionali possono guidarci verso un’economia che deve cambiare ma con gradualità. Insomma, “avanti piano!”. Già visto, tante altre volte…
«Rischiano di passare ipotesi non valutate in tutte le conseguenze. Un esempio è rappresentato dalle proposte di nuovi tunnel ferroviari»: così, nel 1989, Alex Langer con riferimento all’arco alpino. Una intuizione profetica che merita riprendere, trent’anni dopo, nell’Italia del TAV.
Il giorno in cui si discute in Parlamento la sfiducia al Governo Conte, lo confesso: ho votato per il M5S. L’ho fatto per protesta e oggi sono, a dir poco, smarrito. Ma, non avendo l’abitudine alla delega, sono fiero, come No TAV di aver dato un contributo non trascurabile alla caduta di un Governo che non avrebbe mai dovuto nascere.
Un anno dopo, il crollo del ponte Morandi e la storia che lo ha accompagnato suggeriscono considerazioni molto attuali: sulla gestione delle reti nevralgiche del Paese, sul loro affidamento alle speculazioni del “mercato” e sulla responsabilità morale di chi ha deciso questo sistema e ne consente la prosecuzione.
Non è che nell’ultimo mezzo secolo abbiamo guardato troppo il dito che indica la luna e trascurato la terra? Se così non fosse forse non ci dibatteremmo a settimane alterne tra ondate di “calore-killer” e cataclismi atmosferici sempre più violenti da cui non siamo in grado di difenderci.