Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck ("Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale", Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi ("L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi", Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; "La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi", Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi ("Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica", ETS, Pisa 2025).
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L’idea che non possa esservi pace senza giustizia, pur sostenuta dai più, è infondata e fallace. L’impostazione va piuttosto capovolta: non è possibile la giustizia, senza che vi sia la pace, che è, appunto, precondizione per risolvere le questioni con giustizia. Pensare il contrario significa, a ben guardare, voler imporre la propria visione della giustizia, e cioè una certa civiltà e un certo sistema di valori.
Ha 800 anni, secondo la tradizione, il presepe di Greccio ideato da san Francesco d’Assisi. C’è, in esso, un segnale di profonda attualità: l’umanità incarnata nel presepe permette di trasformare il messaggio cristiano in una lezione rivolta a tutti, per una civiltà fondata su valori in contrasto con la civiltà del profitto e del potere da Francesco intravista nella nascente borghesia mercantile del suo tempo.
Nella sua lunga presidenza della Repubblica Giorgio Napolitano ha rappresentato, aldilà delle apparenze, l’ultimo comunista-stalinista, sopravvissuto alla scomparsa del suo partito. Dimenticata ogni idealità egualitaria e diagnosticata l’impossibilità della rivoluzione, Napolitano si è identificato con gli apparati istituzionali, dei quali s’è eretto a garante “senza se e senza ma”. Ma questa non è solo una storia personale…
Il vero pericolo delle società non sono le ideologie in quanto tali, ma il loro diventare preda del “fanatismo del bene”, che trae alimento dalla incapacità di pensare “con la testa degli altri” e di realizzare l’esistenza di molteplici visioni del mondo. L’aver posto l’accento su questo problema è il non ultimo merito del recente film di Bellocchio.
Anche su Catania si è abbattuta, per la sinistra, la batosta elettorale: per ragioni specifiche oltre a quelle generali. La specificità sta nella metodica costruzione, negli anni, di una amministrazione inefficiente e clientelare che, trasformando i diritti in favori, ha indotto i cittadini a perseguire il proprio particolare vantaggio disinteressandosi del bene comune.
Nel nostro Paese il personale politico delle nuove e vecchie aggregazioni non ha una storia comune né una cultura condivisa né un gruppo sociale di riferimento. Sta anche qui l’origine del malcostume e dei fenomeni corruttivi. Ma è proprio necessario rassegnarsi a convivere con la cosiddetta “fine delle ideologie”, oppure è ancora possibile trovare lo spazio per pensare la politica in modo diverso?
In ogni società c’è un’interconnessione: ciascuna sua parte si “affida” al funzionamento dell’insieme, c’è un fiducia reciproca, senza la quale la vita sociale diventa impossibile. Oggi è proprio questa fiducia che manca nel Paese. E – cosa altrettanto grave – ciò non porta a un conflitto aperto, a una crisi foriera di un riassetto su nuove basi.
La scelta delle candidature e il dibattito sollecitato dalle elezioni regionali in Lazio e Lombardia conferma la trasformazione dei partiti politici in aggregazioni di interessi unite solo dall’obiettivo di conquistare (o di mantenere) il potere, diventato da strumento per raggiungere dei risultati a oggetto del contendere fine a se stesso. Non si parla più di contenuti ma, al massimo, di vecchio e nuovo (entrambi indistinti).
Spiegare un comportamento non significa giustificarlo ma porre le premesse per una considerazione realistica degli eventi, allo scopo di affrontarli in modo adeguato. Invece spesso si preferisce confondere i concetti, innescando polemiche fuorvianti. Lo si vede, quasi come in un caso di scuola, nel dibattito sulla guerra in Ucraina.
La pace non è possibile conseguirla alimentando la guerra o richiedendo come sua condizione preliminare la giustizia. Il discorso va capovolto: non è possibile la giustizia, senza che vi sia la pace. È quest’ultima ad essere la precondizione affinché si possano risolvere le questioni con giustizia, che è sempre il frutto di un compromesso. Per questo non c’è alternativa a un radicale, e insieme pragmatico, pacifismo.