Alessandra Algostino è docente di Diritto costituzionale presso l’Università di Torino. Fra i suoi temi di ricerca: diritti, migranti, lavoro, democrazia, partecipazione e movimenti, rapporto fra diritto ed economia, pace. Fra i suoi libri e saggi: "L’ambigua universalità dei diritti. Diritti occidentali o diritti della persona umana?", Napoli, 2005; Democrazia, rappresentanza, partecipazione. Il caso del movimento No Tav, Napoli, 2011; "Diritto proteiforme e conflitto sul diritto", Torino, 2018; "La partecipazione dal basso: movimenti sociali e conflitto", in Quaderni di Teoria Sociale, n. 1/2021; "Genere ed emancipazione fra intersezionalità e dominio: una riflessione nella prospettiva del costituzionalismo", in Uguaglianza o differenza di genere? Prospettive a confronto, Napoli, 2022; "Pacifismo e movimenti fra militarizzazione della democrazia e Costituzione", in Il costituzionalismo democratico moderno può sopravvivere alla guerra?, Napoli, 2022.
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Il direttore di “la Repubblica” accusa i No Tav di essere dei terroristi. In quelle parole non c’è solo una macroscopica diffamazione. C’è anche l’arroganza del potere che non tollera il dissenso e che vuole espellere dalla scena chi non si adegua al modello dell’uomo omologato e competitivo. Per questo le querele del movimento No Tav sono doppiamente importanti.
L’Università è un’azienda! L’allegra affermazione condiziona la gestione degli atenei e il PNRR: l’università si struttura come un’azienda e il suo interlocutore privilegiato sono le aziende. Ciò indebolisce la ricerca di base, annulla il pensiero critico, produce un’impropria concorrenza tra atenei. Che fare? Cominciare, almeno, a rompere il silenzio.
La democrazia è fragile ed esigente. Oggi sembra svuotata. Scavando, dietro l’asfissia della politica, la degradazione della rappresentanza, i rigurgiti fascisti e la strumentalizzazione della rabbia sociale, c’è l’abbandono di un progetto di società nel segno della giustizia sociale, e il tradimento della Costituzione. Da questa consapevolezza occorre partire.
Green pass e obbligo vaccinale appaiono, nella attuale situazione della pandemia, coerenti con la Costituzione. È dubbio quale sia preferibile ma il green pass sembra scaricare il peso sui singoli, senza un’assunzione politica di responsabilità, e con una qualche mistificazione connessa con l’obbligo mascherato ad esso sotteso.
La conclusione della vicenda afgana non lascia dubbi: i diritti che viaggiano al seguito delle armate poggiano sulla sabbia e si sgretolano quando l’interesse delle armate viene meno. I diritti solidi e stabili nascono nei conflitti e sono radicati nella storia di ciascun popolo. Possono essere sostenuti e appoggiati, non imposti.
Licenziamenti e delocalizzazioni sono la cifra delle “novità” estive in materia di lavoro. Emblematico il caso della GKN di Campi Bisenzio, con 422 lavoratori licenziati e lo stabilimento chiuso nonostante macchinari nuovi e commesse. Ma proprio lì cresce la consapevolezza che quello del posto di lavoro è «un problema collettivo».
Vent’anni dopo Genova il conflitto fra la malattia, un neoliberismo sempre più aggressivo, e la cura, la lotta per una radicale inversione di rotta, per la giustizia sociale e ecologica, si manifesta in modo ancora più netto e aspro. La forza e l’immaginazione dei movimenti può rivitalizzare la democrazia, nella prospettiva che «un altro mondo è necessario».
Il presente è preda di poteri selvaggi, la società è frantumata, la barbarie alle porte: comprendere il presente e tracciare una via per un futuro possibile è l’oggetto del percorso che Gaetano Azzariti propone nel suo recente libro Diritto o barbarie. Il costituzionalismo moderno al bivio.
Il diritto riflette i rapporti di forza e, in ultima istanza, l’ambiguità dell’umano. Può essere veleno e cura: può esprimere il dominio, essere strumento di soggezione e di controllo e, allo stesso tempo, può veicolare emancipazione, sancire diritti, limitare il potere, garantire l’espressione del pluralismo e del dissenso.
Il discorso al Senato di Draghi è il programma di un governo neoliberista, il frutto di un’egemonia economica e politica. Riconoscerlo è il primo passo per rompere la cappa del pensiero unico, di una unità che è negazione di alternative, di una «coesione sociale» che occulta il conflitto sociale.